Scrivimi dal tuo viaggio: una lettera dal Giappone, tra lavoro, silenzio e quotidianità

Ci sono viaggi che nascono da un desiderio chiaro, pianificato, quasi sognato per anni.
E poi ce ne sono altri che arrivano in modo più silenzioso, senza grandi aspettative, incastrati tra impegni, orari e responsabilità.

Eppure, spesso, sono proprio questi a lasciarci qualcosa di più profondo.

Scrivimi dal tuo viaggio nasce da questa convinzione: che non esistano viaggi minori, ma solo sguardi diversi. Che anche un viaggio di lavoro, se vissuto con attenzione, possa diventare racconto. Non una guida, non una lista di cose da vedere, ma una traccia emotiva, imperfetta e sincera.

Quella che segue è una lettera dal Giappone.
Non racconta tutto. Non prova a spiegare un Paese.
Racconta cosa succede quando si entra in un luogo nuovo senza volerlo conquistare, ma solo attraversare.


Tokyo, osservata da lontano. Prima ancora di entrarci davvero.


Le parole che seguono sono il racconto di Lorenzo Midolo.
Io mi sono limitato a curarne il ritmo e la struttura, senza alterarne la voce.


Non so con quale accezione si possa intendere davvero la parola “lontano”.

Se lontano significa essere distanti dalla cultura a cui appartengo, allora sì: mi sono sentito lontano da casa fin dal primo minuto, appena sceso dall’aereo. Lo capisci subito, senza bisogno di spiegazioni. Nell’organizzazione dei processi più semplici – come fare la fila alla dogana o acquistare un biglietto del treno – ma anche nel comportamento delle persone.

Tutto appare ordinato, composto, gentile. C’è rispetto, anche in luoghi dove un italiano si aspetterebbe confusione o tensione.

Se invece lontano significa sentirsi fuori posto, allora la risposta è diversa: non mi è successo nemmeno una volta. Forse il fascino che ho sempre avuto per la cultura giapponese ha influito, ma credo che l’Oriente abbia una capacità rara: quella di accoglierti senza chiederti di diventare qualcun altro.

Ti accompagna nella quotidianità, ti lascia sbagliare, e in poco tempo ti sembra quasi di far parte di quel ritmo, nonostante tu resti un ospite.


Osservare senza invadere. Essere presenti, senza fare rumore.


La prima cosa che mi ha fatto pensare davvero “sono in Giappone” è stato il primo viaggio in treno.

Un luogo che racchiude tutte le differenze tra Occidente e Giappone. Il silenzio, innanzitutto. Poi il rispetto, la pulizia, la puntualità. L’organizzazione dell’acquisto dei biglietti, la gestione dei posti a sedere, i jingle musicali – diversi per ogni stazione – che accompagnano ogni spostamento.

Il treno non è solo un mezzo di trasporto. È uno spazio condiviso. È il luogo in cui capisci che il silenzio non è assenza, ma presenza consapevole. Fuori scorre il paesaggio, ma è dentro il vagone che inizi a osservare davvero.


La città che scorre, mentre impari a starle dentro.


Viaggiare per lavoro significa avere poco tempo. Significa dover rinunciare a qualcosa, accettare che non tutto sarà visto, non tutto sarà vissuto.

Ma proprio questo limite ti costringe a guardare meglio. Prendi il treno con i pendolari, osservi gli studenti, fai colazione come fanno loro, rispetti abitudini che non sono pensate per chi viaggia.

La giornata è scandita dagli stessi ritmi: ufficio, pausa, lavoro, piccoli svaghi. Ed è lì che inizi a parlare con le persone. Le ascolti raccontarti della loro vita: chi si sposerà il lunedì successivo, chi partecipa a festival sportivi con la famiglia, chi condivide la passione per le auto e i progetti per il weekend.

Sembrano cose ordinarie. Ma ognuna di esse porta con sé una sfumatura diversa, un modo più morbido di vivere le relazioni, che rende tutto più ovattato.


Un passaggio. Né fuori, né dentro.


C’è un momento, tra tutti, che mi è rimasto addosso più degli altri.

Durante la pausa pranzo, rigorosamente di un’ora, dopo aver mangiato andavamo sempre a giocare a Pang Pong, una via di mezzo tra tennis e ping pong. Un modo semplice per staccare prima di tornare al lavoro.

All’inizio giocavamo solo con i colleghi con cui avevamo rapporti diretti. Poi, giorno dopo giorno, il cerchio si è allargato. Ricordo in particolare il penultimo giorno, quando una ragazza più o meno della mia età si è avvicinata e mi ha chiesto il nome perché voleva fare amicizia.

In una cultura dove il rispetto crea naturalmente distanza, quel gesto mi ha fatto sentire accolto. Abbracciato, anche senza contatto.


Il silenzio come spazio condiviso.


Ci sono luoghi che non ti aspetti e che proprio per questo ti restano addosso.

La sponda dell’oceano vista da Tokyo è uno di questi. Pensavo non potesse sorprendermi dopo averlo visto a Kamakura, invece la cura degli spazi, la vista della città sterminata e la vita quotidiana delle persone – chi pesca, chi festeggia un compleanno, chi si gode il sole – mi hanno colpito profondamente.


Un luogo che non avevo previsto di portarmi dietro.


Poi c’è Akihabara. Il sogno di un bambino che si realizza, ma che richiede tempo. Ogni angolo sembra chiamarti, promettere qualcosa di definitivo. È troppo grande per essere attraversato in poche ore.

Tokyo ha tante facce. Basta osservare le stazioni della metropolitana: alcune sono affollate, piene di luci e negozi; altre isolate, silenziose, quasi luoghi di culto per la serenità che trasmettono.

Forse il Giappone non si può spiegare con un solo luogo. Forse bisogna accettarne tutti gli estremi per avvicinarsi davvero a comprenderlo.


Desideri appesi. Tutti diversi, tutti uguali.


È nei treni e nelle metro che mi sono sentito più osservatore che viaggiatore. Il silenzio ti permette di guardare davvero, senza distrazioni.

Se dovessi scegliere un solo luogo per spiegare questo viaggio, sceglierei Senso-ji, nel quartiere di Asakusa.

Un luogo spirituale immerso in una delle città più grandi del mondo, senza alcun contrasto. Si entra e si esce dalla dimensione sacra con naturalezza, senza scossoni emotivi.


La spiritualità, senza separarsi dalla città.


Le principali stazioni della metro sono così ordinate da farti sentire disordinato. Ginza, apparentemente silenziosa, è piena di vita. Mito, piccola rispetto a Tokyo, sembra esplodere di energia.

E poi ci sono i suoni: il silenzio, prima di tutto. E i jingle, onnipresenti, dalle stazioni ai negozi più piccoli.


Ordine, rispetto, memoria.


Se questo viaggio fosse una fotografia, dentro ci sarebbero i templi, la gente, il cielo e le luci della città al tramonto.

Tornando, ho portato con me un po’ di spirito giapponese. La tranquillità di vivere ogni attimo, la bellezza delle cose semplici.

Se dovessi raccontare questo viaggio a qualcuno che non andrà mai in Giappone, non parlerei dei luoghi. Parlerei delle sensazioni. Perché da quelle ho tratto insegnamenti da applicare alla mia quotidianità, con una prospettiva più ampia, meno indifferente, forse anche più serena.


Entrare e uscire, senza scossoni.


Scrivimi dal tuo viaggio nasce così.
Da viaggi imperfetti.
Da tempo rubato.
Da sguardi che non cercano di spiegare, ma di condividere.

Se anche tu sei da qualche parte, vicino o lontano,
e senti il bisogno di fermarti un momento e scrivere,
scrivimi dal tuo viaggio.


Voce e fotografie: Lorenzo Midolo
Cura editoriale: FraWanderings



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